"Canto 16 – Prosa"

mercoledì, aprile 30th, 2008

Le tenebre dell'inferno e di una notte priva di luna e di stelle, osservata da una stretta valle con orizzonte limitato, e oscurata quanto pi possibile da nuvole,

non stesero mai sui miei occhi un velo cos denso, n cos pungente e fastidioso a sentirsi, come quel fumo che l ci avvolse,

cos che gli occhi non riuscirono a restare aperti: perci la mia guida esperta e sicura si accost a me e mi offerse (come appoggio) la sua spalla.

Il motivo delle tenebre che nella terza cornice del purgatorio avvolgono le anime degli iracondi e che renderanno difficoltoso il procedere dei due pellegrini introdotto, nella prima terzina, attraverso un succedersi incalzante di determinazioni, mentre la seconda terzina, porgendo, in forma negativa (non fece... n a sentir), il medesimo tema, determina un effetto di iperbole. Il fummo, che nel primi tre versi stato riallacciato a una serie di riferimenti oggettivi, qui considerato nel suo riflettersi nella memoria del narratore: anche se sommati insieme, tutti i raffronti suggeritigli dalla sua esperienza nel mondo dei vivi appaiono a Dante inadeguati a rendere l'assolutezza del buio in cui s trov immerso nel terzo girone e la sua sgradevole materialit. Dalla situazione presentata con tanto scrupolo di oggettiva evidenza nei primi sei versi, scaturisce naturalmente l'azione: Dante non pi in grado di avanzare da solo, ha bisogno di ricorrere, nel significato pi immediato della parola, al sostegno della sua guida, nelle condizioni di un cieco. Il motivo delle tenebre dell'ira assumer nel corso del canto, interiorizzandosi, un significato sempre pi ampio e traslato, si trasfigurer in quello, spirituale e ricco di echi biblici, della cecit che il vivere stesso comporta, dell'imperfetto discernimento di chi gravato dal peso della carne.

Allo stesso modo in cui un cieco segue la sua guida per non smarrire la via e non urtare contro qualcosa che gli faccia male, o forse anche lo uccida,

io camminavo attraverso quel fumo acre e nero, ascoltando la mia guida che mi diceva di continuo: "Sta attento a non separarti da me".

Dante s appoggia all'omero di Virgilio come un cieco: la forza di questo raffronto, che in un autore di minor capacit di adesione al reale rischierebbe di banalizzarsi nella genericit del luogo comune o di suscitare amplificazioni retoriche, scaturisce dalle precisazioni cui la simmetrica, bilanciata disposizione nei quattro emistichi conferisce risalto, quasi isolandole nel fluire del discorso - dei versi 11-12. La concretezza del suo rappresentare induce Dante a trasferire un generico e prevedibile riferimento nella cornice di un accadere effettivo, delineato con mano ferma in quelle che ne sono le circostanze essenziali.

Io udivo delle voci, e ciascuna sembrava pregare per ottenere pace e misericordia l'Agnello di Dio che toglie i peccati.

Sempre "Agnello di Dio" era il loro inizio; tutte recitavano la stessa preghiera e con la stessa intonazione, cosicch tra di loro appariva il pi perfetto accordo.

La preghiera che le anime recitano o cantano quella liturgica dell'Agnus Dei, che, come durante la celebrazione della Messa, viene ripetuta tre volte per chiedere a Cristo-Agnello di Dio, che si sacrific per l'umanit (Giovanni I, 29), misericordia (nei primi due versetti) e pace (nell'ultimo).
Le anime che in vita si lasciarono trasportare alla violenza e alla discordia dall'ira, non pi guidata dal freno della ragione e volta a fini morali, appaiono, per la pena del contrappasso, circondate da un denso fumo, mentre le loro voci, nell'accordo pi perfetto (ogne concordia), chiedono, invece delle divisioni e delle lotte di un tempo, pace e misericordia.
Un'efficace contrapposizione si stabilisce tra il tema del fummo dell'ira - passione che preclude ogni forma di comunicazione, di amore - e quello del coro delle anime espianti. Nella dura, compatta trama sintattica dell'esordio, gi il primo accenno al motivo della cecit ha insinuato un ritmo pi trepido, umano. Il coro degli spiriti afferma ora - esaltando, nelle cadenze dell'inno latino, il volontario olocausto del Figlio di Dio - la fertile, inesauribile positivit del dolore. Nelle terzine 16 e 19 ogni particolare risulta sfumato, ogni stridente forma di individuazione abolita (io sentia voci, e ciascuna pareva... s che parea...); il Poeta appare esitante nel definire in termini troppo decisi la consistenza fisica, sensibile delle forme da lui udite; l'accento posto sul dato interiore, sulla mitezza ed unanimit del sentire, sulla concordia raggiunta nella rinuncia e nella dedizione.

Le tenebre dell'inferno e di una notte priva di luna e di stelle, osservata da una stretta valle con orizzonte limitato, e oscurata quanto pi possibile da nuvole,
non stesero mai sui miei occhi un velo cos denso, n cos pungente e fastidioso a sentirsi, come quel fumo che l ci avvolse,
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