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Se mai avvenga che questo sacro poema alla cui composizione hanno concorso la scienza divina e l’umana esperienza, cos che la fatica durata lunghi anni mi ha fisicamente logorato,
riesca a piegare la crudele volont (dei miei concittadini) che mi costringe a stare lontano da Firenze, la mia dolce patria dove io (un tempo) vissi come cittadino pacifico, ma avverso ai faziosi che portano discordia nella citt,
ritorner poeta con voce diversa ormai e con diverso aspetto, e nel battistero di San Giovanni, dove fui battezzato, cinger la corona poetica,
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La luce gloriosa di Dio, colui che la causa prima e il motore di tutto il creato, penetra e risplende sull’universo, in misura maggiore in un luogo e minore in un altro (a seconda che la cosa creata pi o meno perfetta e quindi pi o meno disposta ad accogliere in s la luce divina).
La « proposizione» della terza cantica inizia - a differenza di quelle dell'Inferno e del Purgatorio, nelle quali Dante aveva avanzato in primo piano la sua persona - con la maestosa immagine di un Dio che guida l'universo come motore supremo, imprimendo (penetra) a ciascuna realt creata una vita specifica e manifestandosi, nel suo intervento, non come potenza dominatrice, freddamente operante, ma come luce (risplende), che illumina amorosamente l'intimo delle sue creature. La sinfonia di luce, alla quale Dante aveva abituato il lettore nel paradiso terrestre, presentava un carattere ancora fisico, affondava le sue radici in una normale esperienza terrena, laddove essa diventa, fin dai primi versi del Paradiso, uno degli attributi principali di Dio, e l'unico mezzo adatto, secondo la puntuale affermazione del Busnelli, ad esprimere “visivamente” il mondo dello spirito e il graduale immergersi della creatura umana nella vita divina. Nella lettera che invi a Cangrande della Scala, signore di Verona, per dedicargli la Commedia, il Poeta si preoccup di precisare il significato di questi primi versi, esaminando i verbi penetra e risplende. Il “divinus radius” penetra “quantum ad essentiam”, nel senso che ogni essere creato deriva - direttamente o indirettamente - da Dio e da Lui riceve la luce che giustifica ed illumina la sua esistenza, e risplende “quantum ad esse”, nel senso che tale raggio pi attivo negli esseri creati da Dio con atto diretto (angeli, cieli, anima razionale dell'uomo), e meno attivo in quelli (animali e vegetali) creati con atto indiretto per mezzo di agenti secondari (XIII, 64).
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“ O voi che siete stati scelti a partecipare al grande convito in cui si offre come cibo l’Agnello di Dio, il quale vi sazia con tanta abbondanza, che ogni vostro desiderio resta sempre appagato,
La metafora del banchetto, per indicare il mistico convito del paradiso, ricorre frequentemente nel Nuovo Testamento (Luca XIV, 16 sgg.; Matteo XXII, 2 sgg.; Apocalisse XIX, 9) ed particolarmente cara a Dante, che la ricorda pi volte (Purgatorio XXXII, 75; Paradiso XXX, 135 ) . L'invito al banchetto in cui sar imbandito Cristo, l'Agnello di Dio (Giovanni I, 29), rivolto a tutti i beati, ma in particolare agli apostoli, che costituirono il primo sodalizio creato in terra da Ges per la diffusione della sua parola.
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Testo:
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominci a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e l menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gitt voce di fuori, e disse: «Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me pi d’un anno l presso a Gaeta,
prima che s Enea la nomasse,
n dolcezza di figlio, n la pieta
del vecchio padre, n ’l debito amore
lo qual dovea Penelop far lieta,
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I beati che Cristo un a S con la sua morte in croce mi apparivano dunque nella forma di una candida rosa;
ma gli angeli (l’altra: riferito a milizia), che volando contemplano e cantano la gloria di Dio che li avviva d’amore e la sua bont, che li cre tanto perfetti,
allo stesso modo in cui uno sciame d’api ora si immerge nei fiori ed ora ritorna all’alveare (l) dove la sua fatica si trasforma in dolce sapore di miele,
scendevano nel grande fiore che si adorna di foglie cos numerose (ogni beato, infatti, costituisce un petalo della candida rosa), e da l risalivano l dove Dio, oggetto del loro amore, soggiorna per l’eternit.
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Quando il sole che illumina tutto il mondo tramonta dal nostro emisfero tanto, che il giorno da ogni parte viene meno,
il cielo, che prima era illuminato soltanto dalla sua luce, ridiventa improvvisamente visibile grazie ai molti astri, nei quali si riflette l’unica luce del sole:
e questo fenomeno celeste mi venne in mente, non appena l’aquila, l’insegna dell’impero romano che unific il mondo, e dei suoi imperatori, tacque col suo becco,
poich tutti quegli spiriti luminosi, risplendendo sempre di pi, intonarono canti, caduti e dileguati dalla mia memoria.
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Davanti a me si mostrava con le ali aperte la bella figura dell’aquila che era formata dalle anime riunite insieme, liete nel godimento della loro beatitudine:
ogni anima sembrava un piccolo rubino nel quale risplendesse un raggio di sole cos vivo, da riflettere nei miei occhi il sole stesso.
Difficilmente il lettore potr dimenticare l'esordio del canto XIX, la sua profonda drammaticit ( da una parte il Poeta, per il quale il concetto e il sentimento della giustizia sono gli elementi propulsori del suo spirito e della sua opera, dall'altra l'immagine vivente di quella giustizia che egli invano cercava sulla terra ) e il suo vigore plastico (le ali aperte dell'aquila, che suggeriscono un volume e uno spazio immensi) subito tradotto in termini affettivi ( la bella image, davanti alla quale il Poeta si perde in contemplazione come di fronte alle corone dei sapienti o alla croce luminosa dei martiri ) . Ora che lo sguardo non pi distratto dal movimento delle anime che si dispongono a formare l'aquila e l'animo non pi preoccupato dal cimento poetico (canto XVIII, versi 82-87), ora che l'impeto polemico, precipitato nei versi finali del canto precedente in un tono plebeo, si momentaneamente placato, il rito dell'aquila acquista piena vita poetica. Si libera da ogni schematismo, da ogni astratta rispondenza al simbolo, da ogni precisione troppo sottile nei particolari, elementi che, nel canto precedente, incidevano negativamente, dando l'impressione di una costruzione forzata. L'aquila splende serena, distendendo le sue ali a protezione e dominio su tutto il cielo di Giove, brillando del colore fulgente dei rubini (e non si dimentichi il gusto, schiettamente romanico, della contrapposizione di colori forti e diversi: la croce bianchissima nella luce rosseggiante del cielo di Marte, I'aquila fulva nell'argenteo temperato del cielo di Giove) e della carit concorde dei beati, che incominciano a parlare come una persona sola. Infatti la giustizia “in qualunque luogo o tempo, chiunque sia la persona che la eserciti sulla terra, una sola, come una la volont di Dio, in cui essa consiste e a cui essa si conforma; e da questa unit discende naturalmente la concordia assoluta, la perfetta unit, anzi identit, nello spirito e nella forma, di tutti coloro che sono chiamati a giudicar la terra: sicch una sola la voce della giustizia, quanti che siano coloro che la pronunziano” (Chimenz) .
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Tutti i beati del paradiso intonarono: « Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo!», cos dolcemente che la loro melodia mi inebriava.
Terminato, nel canto precedente, il discorso di Adamo, che ha risposto alle quattro domande formulate da Dante, tutti i beati intonano l'inno liturgico di lode e di ringraziamento alla Trinit. Tale canto corale, che per la prima volta riunisce in una sola le voci di tutto il paradiso, riecheggia, per la sua grandiosit e solennit, quello innalzato da tutte le anime del secondo regno (Purgatorio XX, 136-138).
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Quando il sole e la luna, in congiunzione l’uno con il segno dell’Ariete e l’altra con quello della Bilancia, si trovano contemporaneamente sulla linea dell’orizzonte (letteralmente: si fanno entrambi cintura dell’orizzonte ),
per il tempo che intercorre dal momento in cui lo zenit equidistante da essi fino al momento in cui, uno tramontando e l’altra sorgendo, si staccano dall’orizzonte,
Il sole e la luna sono rappresentati, nella mitologia classica, da Apollo e Diana, figli di Latona (Purgatorio XX. 130-132; Paradiso X, 67). Nell'equinozio di primavera il sole, nel segno dell'Ariete, e la luna, nel segno della Bilancia, toccano entrambi la linea dell'orizzonte in due punti del cielo diametralmente opposti ed equidistanti dallo zenit. Il periodo di tempo che intercorre fra questo momento e il successivo, nel quale il sole passa nell'emisfero australe e la luna in quello boreale ( cambiando l'emisperio), brevissimo.
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In un recipiente rotondo la superficie dell’acqua si increspa (in cerchi concentrici che vanno) dall’orlo verso il centro, e dal centro verso l’orlo, a seconda che l’acqua sia percossa da un colpo dato sulla parete esterna del recipiente o all’interno.
Questo fenomeno dell’acqua di cui parlo, mi venne improvvisamente in mente, non appena tacque l’anima santa di Tommaso, per la somiglianza che nacque fra le sue parole ( che dalla parte esterna della corona dei beati si muovevano verso il centro dove si trovavano Dante e Beatrice ) e quelle di Beatrice ( che dal centro si volgevano verso la circonferenza della corona),
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